Il conflitto in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran, aggravato dal blocco dello Stretto di Hormuz e dal rallentamento dei traffici commerciali nell’area, sta producendo effetti pesanti sull’economia mondiale. I rincari delle materie prime hanno ormai raggiunto livelli che non si registravano dal 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, alimentando nuovi timori inflazionistici ben oltre il comparto energetico.

È quanto emerge dal nuovo report “Analisi scenario macroeconomico” dell’Ufficio Studi della Banca del Fucino, diretto da Vladimiro Giacché.

Secondo lo studio, il conflitto innescato dagli attacchi israeliani e statunitensi ha aperto uno scenario caratterizzato da tre elementi principali: la possibilità di una pace stabile nel breve periodo appare remota; la capacità produttiva dei Paesi del Golfo risulta fortemente compromessa; e lo shock inflazionistico rischia di estendersi progressivamente dall’energia all’intera economia, coinvolgendo anche l’inflazione “core”.

Negli Stati Uniti l’inflazione è salita al 3,3% a marzo, rispetto al 2,4% di febbraio. Un incremento che, sottolinea il report, dimostra come anche un’economia relativamente autonoma sul piano energetico non sia immune agli effetti dei rincari globali. Nell’Eurozona, invece, l’inflazione è passata dall’1,9% di febbraio al 3% di aprile. Per il momento la componente core resta sotto controllo, ma il protrarsi della crisi energetica potrebbe generare effetti indiretti sempre più rilevanti.

La Cina può contare su una dipendenza dal petrolio inferiore rispetto ad altre grandi economie, dato che il greggio rappresenta meno del 20% del suo mix energetico. Tuttavia Pechino resta esposta agli sviluppi della crisi, considerando che oltre metà delle sue importazioni di petrolio proviene dall’area del Golfo.

L’Europa, già indebolita dalla riduzione delle forniture energetiche russe, appare invece particolarmente vulnerabile. In Italia l’inflazione è salita al 2,9% ad aprile, con i prezzi dell’energia in aumento del 9,7% su base annua. Secondo il report, un’ulteriore escalation del conflitto potrebbe spingere il Paese verso lo scenario più critico delineato nelle recenti previsioni della Banca d’Italia: crescita del PIL ferma nel 2026 e minori possibilità di uscire dalla procedura per deficit eccessivo.

Anche la Germania, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, rischia un rallentamento della ripresa economica. Sul fronte finanziario, lo spread tra BTP e Bund è inizialmente tornato sopra quota 100 punti base, dopo i circa 60 registrati a fine febbraio, per poi ridiscendere sotto quota 80. Un andamento che, secondo gli analisti, indica come la fiducia degli investitori verso il debito italiano non si sia deteriorata in maniera significativa.

La crisi potrebbe avere conseguenze anche sulla politica monetaria e sul settore bancario. La BCE non ha ancora annunciato nuove strette, ma aumenta la probabilità di un rialzo dei tassi di 25 punti base. Anche senza aumenti particolarmente aggressivi, lo scenario che si profila è quello di tassi di interesse destinati a restare elevati più a lungo rispetto alle attese formulate all’inizio del 2026.

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